[seconda e ultima parte ...]
Questo radicale cambiamento nella mia vita e nella mia visione del mondo non si verificò naturalmente nel giro di qualche giorno. Esso fu il risultato di un processo lungo, anche segnato da spinte e aspirazioni a volte confuse e contraddittorie, alimentato e scandito sia dall’esperienza fatta giorno per giorno a contatto con i problemi, anche minuti, della gente e successivamente nel concreto dell’attività politica, sia dallo sforzo compiuto per cercare di chiarire e dare un senso anche teorico alle ragioni che mi avevano portato a compiere la scelta del PCI.
All’epoca, nelle sezioni del PCI era possibile trovare piccole biblioteche, nelle quali erano presenti soprattutto edizioni della Universale Economica e delle Edizioni Rinascita (di esse, io conservo ancora oggi molti volumi, un po’ ingialliti e qualche volta anche malridotti dal tempo). C’erano anche opuscoli provenienti direttamente da Mosca, si trattava in genere di scritti di Lenin e Stalin e altri marxisti russi, stampati a Mosca nelle varie lingue appositamente per l’estero. Le Edizioni Rinascita erano invece direttamente legate al PCI e pubblicavano testi di Marx, Engels e di dirigenti del movimento comunista internazionale, mentre la Universale economica pubblicava autori di cultura progressista e rivoluzionaria; in particolare nella serie rossa, dedicata alla storia e alla filosofia, era possibile acquistare a prezzi bassissimi opere fondamentali nella storia della moderna cultura rivoluzionaria e progressista dell’Europa.
Naturalmente non è che fossero in molti, nelle sezioni del PCI, quelli che approfittavano della presenza di queste piccole biblioteche, perché la quasi totalità degli iscritti a quei tempi poteva vantare sì e no la quinta elementare e, poi, c’erano comunque la durezza del lavoro che ti aspettava il giorno dopo e la fatica di doversi alzare all’alba, solo qualcuno perciò, tra i più giovani, ogni tanto si riportava un libro a casa e tentava di leggerlo, scontando grosse difficoltà. Io fui comunque tra quelli che approfittarono subito della esistenza di queste piccole biblioteche, perché avevo il tempo per farlo, spinto tra l’altro da un’ansia di conoscenza che era stata sempre molto forte dentro di me: i libri mi hanno sempre incuriosito, sin da piccolo, anche se non potevo comprarli, poterne disporre ora senza avere il problema di acquistarli rappresentava per me una vera fortuna.
A soddisfare questa mia esigenza, potei anche giovarmi della generosità di un compagno romano, il geometra Raffaele Rossi, approdato proprio in quegli anni a Orsogna, dove poi si stabilì con la famiglia, al seguito della ditta edile con la quale lavorava. Rossi mi regalò in pratica tutti i libri “politici” che possedeva: ne erano parecchi, debbo dire, ed essi rappresentarono il primo nucleo, sia pur ridottissimo, di una mia personale biblioteca al quale si aggiunsero via via i libri che cominciai a comprare proprio in quegli anni (tra questi, anche molti libri di letteratura pubblicati dalla BUR a prezzi accessibili), e che incrementai poi in maniera costante nel tempo fino a mettere in piedi
una biblioteca ragguardevole quale quella che oggi mi ritrovo.
Mi potei accostare così a testi che per me erano del tutto nuovi e che di fatto hanno costituito il punto di partenza e la base della mia formazione culturale successiva, assieme al nutrimento che mi è venuto dall’incontro negli anni del liceo, sempre poi rinnovato nel tempo, con la grande cultura classica greca e latina e quella italiana naturalmente, ma anche con altre culture, europee e non, soprattutto antiche. Quelle letture mi spalancarono un mondo nuovo, inedito per me che avevo alle spalle la esperienza del seminario.
Negli anni del seminario, l’insegnamento che avevo ricevuto era in realtà un insegnamento molto chiuso e povero di contenuti. Che io ricordi, non esisteva nel seminario diocesano, dove avevo frequentato le scuole medie e ginnasiali, una biblioteca; e i libri a nostra disposizione erano solo quelli di scuola…
Anche sul piano dell’insegnamento religioso, non è che le cose andassero meglio. In realtà non avevamo un insegnamento specifico, tutta la nostra formazione religiosa era affidata alla partecipazione giornaliera alle varie funzioni liturgiche e, all’ora di pranzo e di cena (durante i pasti, si restava in silenzio, salvo la domenica e i giorni festivi), alla lettura di passi del vangelo, delle vite dei santi e del martirologio che raccontava la vicenda tragica ma esemplare dei martiri cristiani caduti sotto le persecuzioni degli imperatori romani.
Io personalmente possedevo, e tuttora posseggo, una bellissima edizione latina del Nuovo Testamento. Essa mi era capitata tra le mani appena dopo, con la fine della guerra, il nostro ritorno in paese, rovistando per caso tra i libri sparsi per terra nell’atrio di un palazzo signorile del paese, il palazzo Parladore, che si trovava a due passi dalla scalinata della chiesa di S. Nicola, sul lato opposto della strada. I libri erano tanti, probabilmente solo una piccola parte di una biblioteca molto ricca soprattutto di testi di argomento religioso, ma io mi limitai a raccogliere soltanto quel piccolo volume che mi sembrava, ed era, di particolare interesse…
Il mio Nuovo Testamento era una edizione di fine ‘800, di formato tascabile, così me lo potevo portare dietro quando andavamo in chiesa e leggerlo durante le funzioni religiose. Amavo in particolare leggere i vangeli dei quali mi è sempre piaciuto lo stile semplice, diretto, immediato e comprensibile a tutti, ma ero molto sedotto anche dall’Apocalisse; dei vangeli poi mi affascinavano soprattutto alcuni passi come, ad esempio, l’inizio del vangelo di S. Giovanni e le bellissime parabole.
Ma queste letture, che ho coltivato anche dopo l’uscita dal seminario e l’abbandono di ogni credenza religiosa, erano tuttavia un fatto mio personale, non un obbligo, frutto innanzitutto della grande curiosità che mi portava a leggere tutto quello che trovavo. Anche il fatto che la vita che conducevamo da seminaristi si svolgesse sostanzialmente, anche quando eravamo in vacanza, fuori di un rapporto con la vita reale della gente, non contribuiva certo a stimolare in noi la esigenza di formarsi una visione più ampia del mondo; e nessuno del resto, che io ricordi, ci spinse mai a letture che andassero fuori dei tradizionali testi scolastici…
Il primo libro che lessi, tra quelli dei quali ora potevo disporre, forse solo per caso o forse anche perché spinto da una voglia inconscia di fare i conti con un aspetto decisivo della mia precedente esperienza, fu L’essenza del cristianesimo di L. Feuerbach, pubblicata dalla Universale Economica.
A dire il vero, già nei mesi immediatamente precedenti il mio abbandono del seminario erano andati maturando in me dubbi molto forti circa i fondamenti stessi delle mie convinzioni religiose, la lettura di Feuerbach trovò così un terreno già in parte arato e disposto a ricevere la nuova semente.
Di questi dubbi ricordo anche che parlavo apertamente con gli altri ragazzi, la cosa anzi preoccupò a tal punto i responsabili del seminario che, quando dissi loro che non mi sentivo più la vocazione e pensavo di andare via, non mi invitarono neppure a riflettere, come di solito accadeva in questi casi.
Mi intimarono invece – senza alcuna possibilità di ripensamenti – di lasciare subito il seminario, non dandomi neanche il tempo di avvertire i miei genitori. Penseremo noi a questo, mi dissero, e così avvenne: tramite il parroco di Orsogna, informarono i miei del mio ritorno e, quando scesi dal pullman, trovai mio padre che mi aspettava in piazza e mi aiutò a riportare a casa le mie poche cose…
Dopo Feuerbach, ho letto naturalmente anche gli altri opuscoli che si trovavano nella bibliotechina della sezione o che mi erano stati regalati dal mio amico romano, soprattutto Marx, Engels, Lenin, Stalin, ecc., ma anche Voltaire, Diderot e altri autori del periodo dell’illuminismo come delle correnti rivoluzionarie pre-marxiste.
Tra gli autori che ho letto in quel periodo non c’era però Gramsci: solo negli anni seguenti ho potuto leggere i Quaderni del carcere (come anche le bellissime Lettere dal carcere), nella edizione tematica fattane da Einaudi.
Tra i volumetti a mia disposizione e che lessi in quel periodo c’era invece, ma non sono molto sicuro del ricordo, La questione meridionale, una raccolta di scritti di Gramsci sulla questione meridionale risalenti a prima del 1926, a prima cioè del suo arresto da parte dei fascisti e la condanna al carcere che lo portò alla morte nel 1937, il più importante dei quali – Alcuni temi della questione meridionale - lasciato incompiuto proprio a seguito dell’arresto.
Ad accostarmi negli anni successivi alla riflessione di Gramsci, compiuta durante gli anni terribili della prigionia, una particolare sollecitazione mi venne dagli esiti dell’VIII Congresso nazionale del PCI.
Il Congresso, che si svolse nel dicembre del 1956, appena dopo i tragici fatti d’Ungheria, partendo proprio dalla riflessione gramsciana seppe trarre da questi fatti forse l’unica lezione possibile in quegli anni di netta divisione del mondo in due blocchi contrapposti: il rifiuto dello stalinismo da un lato, la scelta della strategia della via italiana al socialismo dall’altro.
Ma fu soprattutto la partecipazione, nel 1958, a un corso di formazione politica – presso la scuola centrale per quadri del PCI – a spingermi a conoscere meglio e in modo più approfondito il pensiero di Gramsci, uno dei più grandi pensatori italiani del ‘900.
In queste mie letture non c’erano, per la verità, né un metodo né delle priorità, come sicuramente sarebbe stato utile; per ragioni anche facilmente comprensibili, sono stato anzi piuttosto un autodidatta, nonostante questo però quel mio primo contatto con il pensiero marxista, nelle sue varie espressioni e peculiarità, e in genere con la cultura progressista e rivoluzionaria soprattutto europea, ha comunque rappresentato un momento fondamentale della mia formazione intellettuale e culturale, che si è poi consolidata e arricchita negli anni successivi.
Oggi è difficile trovare, tra i giovani, qualcuno che abbia, non dico la passione che abbiamo avuta allora noi, ma quantomeno la curiosità per un complesso di idee così ricco e storicamente fecondo, che ha influenzato e orientato le scelte, non solo di singoli e di grandi gruppi, ma anche di popoli e addirittura di Stati nel corso di tutto il XX secolo.
Il tracollo, sul finire del ‘900, dell’URSS e degli altri paesi del cosiddetto socialismo realizzato ha travolto non solo una esperienza storica quale quella aperta, in Russia, dalla rivoluzione d’ottobre del 1917 e successivamente, nei paesi dell’est europeo, dalla conclusione vittoriosa della seconda guerra mondiale che vide l’URSS tra le potenze vincitrici, ma anche quei movimenti, come il comunismo italiano, che avevano cercato e percorso strade diverse, e lo stesso pensiero di Marx e tante delle idee che ci vengono dall’illuminismo e da altre correnti progressiste del pensiero europeo. Eppure, ancora oggi, in un mondo globalizzato nel quale le ingiustizie e le disuguaglianze hanno raggiunto livelli inediti e colpiscono la grande parte del pianeta, quelle idee, se sfrondate da ciò che in esse vi è di caduco e di sbagliato, possono tornare ancora utili per capire ciò che accade e quale strada imboccare per uscirne. In ogni modo, per me come per le tante generazioni del ‘900 che a quelle idee si sono accostate, esse hanno avuto il merito enorme di averci aiutato a conquistare diritti e tutele che i nostri nonni e i nostri padri neppure si sognavano, contribuendo così in maniera decisiva a farci vivere in una Italia più moderna e civile.
L’esito catastrofico del comunismo sovietico non cancella perciò in nessun modo il fatto che tanta parte dei progressi conosciuti dalle masse lavoratrici nel XX secolo, così come la liberazione di interi popoli dal giogo del colonialismo, si deve proprio a quelle idee e alle lotte di emancipazione, che ne sono nate, di popoli e individui.
A voler essere onesti, anche la esperienza sovietica, che da quelle stesse idee è nata, in realtà non era sbagliata nei suoi obiettivi di fondo: la incapacità di coniugare democrazia e uguaglianza, ecco il punto debole, e il tarlo che ne ha provocato la rovina, di questa esperienza grandiosa e tragica del XX secolo che ha visto l’URSS e altri paesi tentare di costruire società e Stati che ispirassero la propria esistenza e la propria ragion d’essere al bisogno di libertà e uguaglianza di grandi masse di sfruttati e di oppressi.
Da questo punto di vista, anzi, è avvenuto qualcosa di particolarmente paradossale, la trasformazione cioè nel loro contrario di quelle stesse idee di libertà e uguaglianza, con la conseguenza di tragedie inenarrabili che non possono certo essere dimenticate o taciute.
Ma, ciò nonostante, io resto convinto che la sinistra non può non ripartire ancora una volta da esse, liberandosi naturalmente con coraggio e in modo chiaro e definitivo degli errori e delle storture che l’hanno portata nei decenni che stanno alle nostre spalle ad approdi non solo fallimentari ma anche pericolosi…
Con lo stesso spirito credo che la sinistra, e in generale le forze progressiste, debbano guardare ad altri aspetti del proprio passato, ugualmente importanti per una nuova crescita democratica dell’Italia. Parlo soprattutto del ruolo avuto dai partiti di massa nella costruzione di una Italia democratica e moderna.
La storia dei partiti di massa, se ci si riflette bene, in realtà fa tutt’uno con la storia di progresso conosciuta dall’Italia nella seconda metà del ‘900. Eppure, anch’essi sono finiti nel mirino di chi – compresi anche certi settori della sinistra – ha pensato di poter costruire sulle rovine del sistema politico italiano uscito dalla Resistenza e sancito dalla Costituzione repubblicana le proprie fortune. In discussione non è il fatto che i partiti di massa, che sono stati un fenomeno tipico del ‘900, abbiano ormai esaurito la propria funzione storica, a causa non solo di un mondo profondamente cambiato ma anche dei vizi e delle interne contraddizioni che ne hanno minato la credibilità dal di dentro.
Il fatto inaccettabile è che si tenti di negare il ruolo grandemente positivo che essi hanno avuto, sia pure da versanti politici diversi e anche contrapposti, nel fare dell’Italia un paese moderno e progredito, con l’obiettivo, financo proclamato, di rendere marginale nella situazione attuale il ruolo che ancora una volta, sia pure in condizioni diverse e in forme rinnovate, solo i partiti possono svolgere per difendere e consolidare la democrazia italiana.
Dietro questi tentativi c’è poi, oltre che una visione sbagliata e pericolosa delle forme di organizzazione della democrazia e della partecipazione dei cittadini alla politica, anche una mistificazione sul piano più strettamente storico.
Che cosa, infatti, sono stati veramente i partiti del ‘900, dei quali molti oggi parlano con disprezzo e sufficienza cercando di identificarli e di ridurli a puri strumenti di potere e di corruzione come se il segno distintivo della loro presenza nella vita del Paese fosse tutta e solo racchiusa dentro la stagione di Tangentopoli?
In realtà, essi sono stati molto di più che la semplice rappresentanza, dentro le istituzioni, di interessi e aspirazioni dei ceti che organizzavano.
Se fossero stati solo questo, il loro ruolo ne sarebbe risultato assai meno importante di quel che storicamente è stato.
I partiti di massa, almeno fino all’inizio degli anni ’80, quando si avvertono i primi scricchiolii di una crisi che doveva poi esplodere in maniera violenta e distruttiva negli anni ’90, hanno rappresentato il motore e l’architrave della democrazia italiana, lo strumento decisivo non solo per il riscatto di grandi masse oppresse e sfruttate ma anche per la formazione di una coscienza civica e democratica degli italiani che, non dimentichiamolo, uscivano dall’esperienza del fascismo.
Essi, anzi, sono stati anche altro, con ricadute anche da questo punto di vista non meno rilevanti e positive per la crescita dell’Italia.
Parlo innanzitutto del fatto che i partiti di massa del ‘900 hanno rappresentato il luogo privilegiato per la formazione, fuori di ogni selezione affidata al censo e all’appartenenza a ceti benestanti, delle nuove classi dirigenti del Paese e, inoltre, il tramite principale per l’apertura dell’Italia al mondo e a una visione non meschina e ristretta dell’interesse nazionale.
Parlo anche del fatto che essi sono stati il vero punto di coesione e di raccordo di un Paese sempre percorso da contraddizioni profonde e da una dialettica vivace e qualche volta anche da scontri violenti tra idee, posizioni e interessi assai divergenti tra loro.
Naturalmente, a questo ruolo primario e complesso nella storia italiana più recente i singoli partiti hanno corrisposto in maniera diversa l’uno dall’altro, e sta alla ricerca storica individuare e definire i modi e i contenuti del contributo specifico che ciascuno di essi ha portato allo sviluppo economico sociale e civile dell’Italia nell’ultimo mezzo secolo. Ma, è questo il punto irrinunciabile, nessuno – pur nella ricerca di limiti ed errori anche gravi – può cancellare questo ruolo, sia per onestà verso il passato sia nell’interesse del futuro stesso dell’Italia.
Credo, tra l’altro, che, in quel che hanno rappresentato i partiti nella storia nazionale degli ultimi cinquant’anni, vi sia anche un aspetto forse meno rilevante dal punto di vista politico ma sicuramente molto importante sul piano della vita individuale e di gruppo di tanta parte del popolo italiano.
Gli iscritti ai partiti in Italia sono stati milioni, certo per molti l’impegno politico non andava al di là della semplice iscrizione, per tutti però il partito era, oltre che un punto di riferimento elettorale, anche una rete che ha consentito e favorito l’intrecciarsi di storie, rapporti, solidarietà e l’affermarsi del senso di una comune appartenenza a un mondo di valori condivisi, a una comunità solidale la cui importanza andava ben al di là della politica e che ha inciso profondamente sul grado di coesione della società italiana.
Questo è stato vero, poi, soprattutto per il PCI che, più degli altri partiti di massa del ‘900, anche per le sue caratteristiche di forza fortemente ideologizzata, ha esaltato questa sua funzione di comunità solidale dove si sono intessute amicizie, relazioni personali e di gruppo, amori, ecc.
Se debbo essere sincero, io ho molto sofferto per lo scioglimento del PCI e di ciò che poi ne è seguito.
Non che non fosse giusta e necessaria quella scelta che io ho condiviso e per la quale anzi mi sono battuto, era una scelta inevitabile, imposta dalla storia.
Il modo però come essa è stata fatta e portata avanti grida ancora vendetta; e le lacerazioni, le rotture e persino le scissioni che ne sono derivate, oltre a favorire la dispersione silenziosa di una grande massa di iscritti ed elettori, ha avuto effetti davvero devastanti anche sulla nuova immagine della sinistra, ben distante nel suo modo di essere attuale dalla caratteristica di comunità viva e solidale che è stata incarnata dal PCI.
Ognuno di noi, semplici iscritti o dirigenti, a un certo punto si è ritrovato come orfano: scomparivano i luoghi e le tante occasioni di incontro che il PCI aveva sempre saputo creare, tanta gente si perdeva definitivamente di vista, soprattutto si rompeva quel legame di solidarietà che è sempre stato un grande punto di forza del PCI e dei suoi gruppi dirigenti.
E’ capitato anche a me di dover ricostruire una rete di amicizie, fuori dell’ambiente – quello del partito – che per decenni era stato quasi il mio unico punto di riferimento, perché i vecchi rapporti o si erano definitivamente logorati o si erano come volatilizzati, c’era chi aveva preso strade diverse o semplicemente si era tirato fuori dalla politica ed era tornato a casa.
A volte, quando penso alla dissipazione insensata che è stata fatta, oltre che di un grande patrimonio politico e ideale qual è stato quello del PCI, anche di tante energie e intelligenze e della straordinaria rete di solidarietà e relazioni costruita nel corso di circa un cinquantennio, mi vengono alla mente i bellissimi versi della Dedica, soprattutto alcuni suoi passaggi, che Goethe premette al Faust (attingo alla bella traduzione in prosa, del 1835, che ne fece il patriota e letterato italiano Giovita Scalvini). Mi assale allora la stessa struggente nostalgia che pervade quei versi, quel senso della perdita e della impossibilità del ritorno di ciò che non è più che di essi costituisce la trama essenziale. E così anch’io allora mi sento preso da rimpianti e malinconie, mentre mi passano davanti agli occhi tantissime immagini di quegli anni della mia vita che si sono strettamente intrecciati con la storia del PCI:
Voi mi tornate innanzi aeree immagini, già un tempo apparse al turbato
mio sguardo. Tenterò ora di rattenervi? Propende ancora il mio cuore a
quella illusione? Voi vi stringete intorno a me…Spira da voi un’aura
incantevole che riaccende nel mio petto il fervido senso della giovinezza.
Voi riconducete i fantasmi dei giorni felici; e oh quante amabili ombre
mi sorgono intorno! Come un fatto per antica fama mal ricordato,
mi rivive nell’anima il primo amore e la prima amicizia;
i miei dolori si rinnovano: mi ripercuote il lamento
che suona lungo l’avviluppato, fallace cammino della vita,
e mi reca all’orecchio il nome dei buoni che,
dalla fortuna defraudati dell’ore serene,
sparvero dinanzi a me per sempre…
Lo stuolo degli amici è disperso, e, ahi, muta è l’eco che reiterava la mia voce…