Dopo Di Pietro, che vota la fiducia al governo Monti all’atto del suo insediamento e poi – appena si rende conto che quella scelta comporta degli obblighi che confliggono con la ispirazione populista dell’IdV e possono metterlo in difficoltà nel rapporto con un elettorato assai variegato e fondamentalmente protestatario – fa subito marcia indietro e comincia a sparare contro il PD e le istituzioni, a partire dal Presidente della Repubblica fino alla Consulta che non gli ammette i referendum come se questo fosse un atto dovuto e non la conseguenza di valutazioni di merito della fondatezza costituzionale dei quesiti, ecco ora Vendola che, con la sua intervista a l’Unità di domenica scorsa, comincia anche lui a fare il viso dell’armi nei confronti del PD e addirittura minaccia di mettere in piedi un quarto polo di governo, alternativo al PD e composto da Sel e IdV, per le politiche del 2013.
Perché oggi Vendola – che pure, qualche settimana fa, aveva polemizzato con Di Pietro per i suoi attacchi al PD sostenendo che, invece, al PD bisognava dare una mano proprio per la gravità della situazione del Paese e della delicatezza della sua collocazione – cambia posizione e accusa il PD di svoltare a destra?
Nella intervista, Vendola – per giustificare in qualche modo questo cambio di posizione – scopre un po’ di acqua calda. Ad esempio, che Monti non è un uomo della sinistra e che perciò non ci si può affidare a lui per uscire dalla crisi.
Che Monti fosse un conservatore era già noto a tutti, sin dai tempi in cui faceva il commissario in Europa. Solo che si tratta di un conservatore non solo colto, ma anche liberale, cosa che in Italia ha un senso diverso che in altre paesi del continente.
L’Italia è stato sempre un Paese nel quale il liberalesimo (che è cosa diversa dal liberismo) è stato sempre proclamato, ma anche scarsamente praticato: basta guardare alla storia della borghesia italiana, che – per difendere i suoi interessi contro il socialismo avanzante – nel primo dopoguerra diede una grossa mano alla vittoria del fascismo né ha mai battuto ciglio di fronte alla fascistizzazione della Stato e della società; e che, in questi ultimi venti anni, dopo la crisi della prima Repubblica, ha identificato i suoi interessi con gli interessi di Berlusconi e del berlusconismo.
Ma, se questa è la storia della borghesia italiana in frangenti cruciali per la vita del Paese, perché allora non capire che Monti non può essere semplicemente definito “la variante colta della destra europea” , ma che proprio la sua appartenenza alla destra europea e il suo liberalesimo ne fanno qualcosa di diverso e anche alternativo al berlusconismo e alla destra che si è impadronita dell’Italia in questo primo scorcio di secolo? E che, per ragioni facilmente comprensibili, uno come lui può rappresentare un’opportunità per il Paese in un momento di grandissima emergenza e portarlo fuori dalle secche nelle quali la destra italiana lo ha incagliato, con conseguenze pesantissime per il futuro dell’Italia?
D’altra parte, ci dev’essere pure una ragione – che nasce dalla nostra stessa storia nazionale – se Gramsci dialogava con uno dei pochi liberali veri del primo dopoguerra che porta il nome di Piero Gobetti, autore de La Rivoluzione Liberale, antifascista e ammazzato dai fascisti a 25 anni a Parigi; e se egli sottolineava positivamente, ne La questione meridionale lasciata incompiuta perché arrestato dai fascisti, il fatto che i socialisti torinesi – per costruire un’alleanza strategica tra gli operai del Nord e i contadini del Sud – proponessero a Gaetano Salvemini, anche lui liberale e meridionalista, di eleggerlo a Torino nel Parlamento nazionale.
La scelta fatta da Napolitano di proporre Monti alla guida del governo di impegno nazionale fa parte di questa tradizione; come di questa tradizione fa parte il dialogo che il PD intrattiene con Monti, partendo non solo dalla necessità improrogabile di salvare l’Italia (e quindi anche gli interessi dei lavoratori e dei più deboli) ma anche dalla convinzione che con il professore è possibile un confronto positivo per le sorti del Paese.
La “scoperta” di Vendola, in realtà, ha a che fare con il fatto che lui – come Di Pietro – nega l’eccezionalità della situazione: per lui, tutto si poteva risolvere tranquillamente con il voto anticipato e con la possibile vittoria del centrosinistra (foto di Vasto), a prescindere dalla gravosità dell’impresa (come tutti oggi possiamo constatare ogni giorno) e dal fatto che Berlusconi all’opposizione non avrebbe certamente dato una mano, ma piuttosto attizzato le piazze contro di noi.
E poi: è cosa da poco essere riusciti a bloccare – nel giro di pochi mesi e in un contesto europeo e internazionale che non certo rema a favore dell’Italia – la caduta libera della nostra economia e della nostra finanza che avrebbe travolto innanzitutto i lavoratori? Ed è poca cosa, inoltre, che l’Italia, grazie alla manovra di Monti e alla partita della crescita che comincia ormai a prendere corpo pur scontando resistenze e pressioni di tutti i tipi, sia tornato ad avere voce in Europa e nel mondo (come la stessa S&P sottolinea nelle motivazioni portate a sostegno del declassamento dell’Italia) e possa perciò condurre meglio la battaglia proprio contro le ricette imposte dalla destra europea e che giustamente Vendola ricorda come esse siano alla radice della crisi attuale?
La verità è che la mossa di Vendola non nasce tanto, come qualcuno pensa, dal nervosismo per il fatto che anche SEL – come l’IdV – sia tagliata fuori da decisioni che contano.
C’è qualcosa di più profondo che va portato alla luce del sole e rispetto a cui sia Sel che l’IdV debbono decidere cosa vogliono davvero fare. E questo qualcosa ha a che fare con il rifiuto dell’esercizio del governo, quando le circostanze ti obbligano ad assumere decisioni anche impopolari.
In Italia, c’è sempre stata una sinistra che al governare ha preferito la denuncia e la protesta, rimanendo all’opposizione; e che all’assunzione di responsabilità ha sempre preferito esercitarsi nella predicazione delle ricette giuste per mettere a posto le cose; e non a caso Togliatti, in un discorso a Firenze dell’ottobre 1944, alla vigilia della sconfitta definitiva del fascismo e della restaurazione della democrazia, invitò i quadri fiorentini del PCI a trasformare il partito da organizzazione di propagandisti in un partito di governo, che non sa solo “narrare” le bellezze del socialismo, ma si propone e lavora per risolvere i problemi dell’oggi.
Si tratta, dunque, di un antico problema, con il quale però ancora oggi occorre fare i conti.
Basta guardare, del resto, alla storia recente della sinistra radicale e del suo rapporto con le altre forze del centrosinistra per rendersene conto.
La sinistra radicale, infatti, se ha consentito due volte di vincere le elezioni politiche (1996 e 2008), tutte e due le volte però ha anche impedito di governare e di far decollare il centrosinistra come il punto di riferimento maggioritario delle forze di progresso del nostro Paese. E così: il primo governo Prodi cadde sotto i colpi di Bertinotti, in nome delle 35 ore (un falso problema che, dopo la caduta di Prodi e il passaggio di Rifondazione all’opposizione, Bertinotti non ha più riproposto), proprio nel momento in cui – una volta entrata l’Italia nell’euro – il centrosinistra avrebbe dovuto cominciare a riformare e modernizzare il Paese, incidendo anche con misure impopolari su nodi antichi che fanno tuttora dell’Italia un paese chiuso e poco dinamico; e il secondo governo Prodi cadde – ancora una volta – sotto i colpi del rifiuto dei diversi spezzoni della sinistra radicale presenti in Parlamento e nel governo di governare e di assumersi le necessarie responsabilità, fino al punto che il centrosinistra entrava in fibrillazione ogni volta che c’erano, ad esempio, da rifinanziare le missioni internazionali.
Bene, la negazione da parte di Vendola della eccezionalità della situazione e il suo rifiuto – alla stessa stregua di Di Pietro – di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, mettendo al primo posto le sorti del Paese, è, in fondo, non diverso da quel rifiuto di governare che abbiamo conosciuto negli scorsi anni. Ed è proprio questo il nodo che sia Vendola che di Pietro debbono sciogliere; e smetterla di arrampicarsi sugli specchi, accusando il PD di stare svoltando a destra.
Ma accadrà?
Non ho molta fiducia che ciò avvenga, dopo il rifiuto di Di Pietro di concorrere – pur dall’opposizione – alla definizione e approvazione di una comune mozione del Parlamento italiano sulle questioni dell’Europa comunitaria: se lui firma (così ragiona Di Pietro, attento solo agli interessi di bottega e non a quelli dell’Italia, pur trattandosi di una questione decisiva per superare la crisi), non può più accusare il PD di essere in una maggioranza politica, che è solo nella sua testa, con il PDL!
Anche rispetto alla discussione in atto nel PD, Vendola scopre l’acqua calda.
Che Fioroni preferisca un’alleanza esclusiva con il Terzo polo, non capisco perché Vendola lo scopra solo adesso; o che E. Letta propenda anche lui per privilegiare il rapporto con Casini: sono cose note da tempo. E, d’altra parte, che nel PD ci siano posizioni diverse e ci sia una dialettica permanente non deve affatto stupire: il PD è un grande partito e, al suo interno, ci sono – come accadeva, del resto, sia nella DC che nel PCI – tante anime (Togliatti le chiamava sensibilità).
Ma, al di là di questo, non mi risulta che il PD – allo stato delle cose – abbia cambiato linea rispetto alla questione delle alleanze: il Pd continua a pensare che ci sia bisogno del centrosinistra e di un rapporto del centrosinistra con i moderati, data la natura e la portata dell’impresa che attende il governo che uscirà dalle elezioni del 2013.
Il problema però è che, nel frattempo, c’è un’emergenza; e che, rispetto ad essa, il PD ha deciso di non tirarsi fuori, mentre Sel e l’Idv preferiscono rifugiarsi nella protesta (e anche, bisogna aggiungere, nella irrilevanza politica). Non solo: a seguito di questa scelta, sia Sel che l’IdV – con i loro attacchi continui al PD che però è l’unico, a sinistra, in grado di garantire un certo grado di equità nei sacrifici imposti dalla crisi – non fanno che scavare fossati che li allontanano sempre di più e dal PD e da una impostazione riformista e progressista delle misure da prendere per fronteggiare la crisi e riattivare la crescita.
Sia Sel che l’IdV non possono pensare di trascinare il PD su posizioni radicali alla Landini o alla De Magistris, come sembra pensare Vendola che indica proprio in questi due l’essenza del nuovo polo di governo che minaccia di mettere in campo.
Il PD è un partito riformista e progressista, che sul piano europeo si muove in sintonia con le forze del socialismo europeo (quelle stesse forze cioè che Vendola indica come le sole in grado di imprimere una svolta alla politica europea), e allora due sono le cose: o la sinistra radicale fa i conti con la propria storia e sceglie di cimentarsi fino in fondo, e non attraverso narrazioni, con il governo concreto del Paese su una linea – in un momento in cui c’è bisogno del concorso più ampio di forze – che includa e moltiplichi gli sforzi o le strade rischiano di divaricarsi sempre di più e alla fine di separarsi.
Sta dunque a Vendola e Di Pietro scegliere; e non cerchino di scaricare su altri la loro incapacità di uscire da una condizione che si è rivelata negativa per tutte le forze progressiste del Paese.
Bersani, ieri, lanciando la campagna di tesseramento al PD per il 2012, ha voluto di nuovo rivendicare al PD il senso e l’importanza della scelta fatta con il sostegno al governo Monti: “Abbiamo detto – egli ha ricordato – prima di tutto l’Italia. E in nome di questo ci siamo presi le nostre responsabilità per mettere in sicurezza l’Italia. Ma l’Italia ha bisogno di una ricostruzione morale, democratica, economica, sociale, ambientale. E per far questo ci vuole una grande forza popolare riformista. E questa forza può essere solo il PD, in virtù innanzitutto dei suoi grandi valori che sono valori di uguaglianza, valori di libertà, valori di civismo, valori di unità di questo Paese tra Nord e Sud…”.
Bene, il PD deve continuare su questa strada: diversamente, verrebbe davvero a mancare nel Paese quel riferimento progressista, popolare e riformista che è il solo che oggi può unire le forze migliori della nazione e costruire le condizioni per la rinascita dell’Italia.
Carissimo Antonio,
hai perfettamente ragione.
Dobbiamo però operare per evitare che i comportamenti di un Segretario regionale come Paolucci e di un intellettuale come Giulio Borrelli ad Atessa,. facciano delle cose non solo dannose, ma che mortificano pezzi di storia di quel Paese, come Angelo Staniscia, e non solo. Io sto a quello che mi ha mandato Enrico Graziani. Tu niente puoi fare ?. Fammi sapere.
Un caro abbraccio. Antonio Rosini
Lo svolgersi in positivo della vicenda del governo Monti taglia erba sotto i piedi dei suoi oppositori. Questo vale anche per quelli che si collocano a sinistra ?! La conciliazione tra programma e alleanze passa per una nuova legge elettorale.